Ci sono domande che tieni in testa per un po’ prima di scriverle. Questa è una di quelle.
Non è una di quelle requisitorie stile “Linux fa schifo” o “torna a Windows” — quella roba la lascio agli YouTuber da duecentomila iscritti. Questa è una riflessione da uno che Linux lo frequenta da dieci anni, che per lungo tempo lo ha usato solo come esperimento o come secondo sistema, e che due anni fa ha deciso di farne il suo sistema operativo principale. Per lavoro. Per tutto.
E che adesso guarda quello che sta succedendo nell’ecosistema con un misto di preoccupazione e di quella sensazione specifica che si prova quando una cosa che ami prende una direzione che non ti convince.

Ubuntu, 2004. Una parola africana e un’idea bellissima
Ubuntu in zulu significa *”io sono per quello che gli altri sono”*. È un concetto filosofico che descrive l’umanità come qualcosa di collettivo, non individuale. Canonical scelse quel nome non a caso: voleva costruire una distribuzione Linux che fosse per tutti, accessibile, comunitaria, aperta.
Io la incontrai alla versione 11. Ero un ragazzino che col computer voleva giocarci, Linux era difficile, era poco più di un esperimento. Ma quella distribuzione aveva qualcosa — un’anima collettiva, la sensazione che ci fosse una comunità enorme che lavorava verso qualcosa di condiviso. Mi innamorai del prodotto. E del concetto.
Poi la vita va, Windows rimase il sistema principale per ragioni pratiche — compatibilità, software lavorativo, il solito. Ma Linux non l’ho mai perso di vista.
Dieci anni di Linux, due anni di Linux vero
Per un decennio ho bazziocato Linux senza mai farne il mio OS principale. Il motivo era sempre lo stesso: la compatibilità con il software che usavo per lavoro, e la difficoltà nel risolvere i piccoli problemi quotidiani. Non problemi grandi — piccoli fix, configurazioni, cose che su Windows risolvi in cinque minuti e su Linux diventano una caccia al tesoro nei forum.
Poi sono successe due cose insieme.
La prima: software fondamentali per il mio lavoro sono stati portati su Linux in modo serio. Remote Desktop Manager di Devolution, per fare un esempio concreto, è arrivato su Linux in modo magistrale. Molti altri strumenti che uso hanno preso una direzione web-based, quindi il sistema operativo sottostante è diventato sempre meno rilevante per la compatibilità.
La seconda: l’intelligenza artificiale. E qui dico una cosa che so essere controcorrente rispetto a certa retorica tech: l’AI non mi ha sostituito come tecnico, mi ha dato l’aiuto quotidiano che mancava per rendere Linux una scelta stabile. Quel piccolo fix alle 23 di sera, quella configurazione che non ricordavo, quel messaggio di errore criptico — cose che prima richiedevano venti minuti sui forum, adesso si risolvono in due. L’AI ha abbassato la barriera d’ingresso in modo permanente. È stato il tassello mancante.
Due anni fa ho spento Windows definitivamente. Con successo.
Pop!_OS, COSMIC, e il paradosso dell’isola
Per un po’ ho usato Pop!_OS di System76. E capisco perché piaccia: è pulita, veloce, pensata per chi usa il computer per fare cose serie. Alla versione 22.04 aveva tutto quello che un tecnico IT può desiderare.
Poi System76 ha deciso di sviluppare COSMIC, un ambiente desktop completamente nuovo, scritto in Rust, abbandonando GNOME.
L’idea in sé non è necessariamente sbagliata. Ma il problema è quello che succede dopo una decisione del genere: ricominci da zero. E ricomincia da zero significa che problemi risolti anni fa, su cui migliaia di contributor hanno lavorato nel tempo, tornano a essere problemi aperti.
Esempio concreto, imbarazzante: nel 2026, con COSMIC, estendere il desktop su monitor multipli replica la scrivania identica su tutti gli schermi. Non puoi avere contenuti diversi su monitor diversi. Questa cosa GNOME la gestisce correttamente da anni, grazie a un ecosistema enorme di persone che nel tempo hanno incontrato quel problema, lo hanno segnalato, qualcuno lo ha risolto, e quella soluzione ha beneficiato tutti.
System76 ha scelto di uscire da quel tessuto. E gli utenti come me, che in Pop!_OS avevano trovato l’ambiente perfetto, si ritrovano a fare i bagagli.
Snap, o: come ho imparato a smettere di preoccuparmi e ad odiare il packaging
Parliamoci chiaro su snap, perché c’è molta confusione.
Snap non è una cattiva idea tecnica. Sandbox, dipendenze isolate, aggiornamenti atomici — sono problemi reali che snap risolve. Il punto non è la tecnologia, è la filosofia con cui viene implementata.
Il problema concreto, quello che mi ha fatto passare ore a cercare soluzioni, è questo: KeePassXC — uno dei gestori di password open source più usati e rispettati — non si integra correttamente con Firefox quando Firefox è installato come snap. Non è un’opinione, è documentato sul sito ufficiale di KeePassXC. Il plugin per il browser semplicemente non funziona come dovrebbe.
Pensaci un secondo. Hai scelto Linux anche per ragioni di sicurezza. Usi un gestore di password serio. Usi Firefox. E la distribuzione che dovrebbe supportarti ha costruito un sistema di packaging così rigido da rompere esattamente quella catena. La sicurezza che peggiora l’esperienza reale dell’utente non è sicurezza — è teatro.
E qui sta il tradimento ideologico. Ubuntu non sta investendo nell’integrazione tra il suo ecosistema snap e le app di terze parti. Ti spinge verso snap, ma non garantisce che snap funzioni bene con il mondo esterno. L’isola si chiude su sé stessa.
Il risultato? Gli sviluppatori di KeePassXC scrivono nella loro documentazione “non usare Firefox snap”. I maintainer di applicazioni serie devono scegliere se investire tempo nel supportare un formato proprietario e centralizzato, ignorare quella piattaforma, o fare un lavoro mediocre. In tutti e tre i casi, l’ecosistema perde.
Flatpak ha affrontato questo problema con i Portals — interfacce standardizzate e aperte per permettere alle app sandboxed di comunicare col sistema in modo controllato ma interoperabile. Non è perfetto, ma rispetta chi sviluppa per più piattaforme. Snap non ha un equivalente maturo, e non sembra una priorità.
Il motivo, sospetto, è che uno store chiuso con integrazioni difficili da replicare fuori dall’ecosistema Ubuntu fa comodo. Non è più “io sono per quello che gli altri sono”. È “io sono per quello che decido io”.
Il futuro che mi preoccupa
C’è un momento in cui ho cercato conferma a una voce che girava: Canonical starebbe ripensando snap, forse abbandonandolo. Ho trovato persino un thread su Ubuntu-it del 1° aprile 2023 con titolo “Snap: Canonical ha deciso, stop allo sviluppo di snap, si passa ai flatpak”. Per un momento — lo ammetto — ci ho creduto.
Era un pesce d’aprile. Crudele e preciso.
La realtà è opposta: Canonical è più convinta che mai di snap, e la direzione è espanderne l’uso anche a componenti di sistema fondamentali. Non è una fase — è una visione.
Quindi la domanda che mi faccio è: dove porta questa strada?
Se snap diventa così dominante da rendere i pacchetti .deb di serie B, se il supporto ai pacchetti nativi si riduce progressivamente, se GNOME venisse abbandonato abbastanza da far traballare le applicazioni professionali che ci girano sopra — cosa farei? Cambiare distribuzione di nuovo?
Debian è il porto sicuro naturale — è rimasta il punto di riferimento per tutti noi in questi anni. Ma Debian è conservativa per scelta, e quella stessa caratteristica la rende lenta. E anche lei, a suo modo, ha visto un allontanamento di contributor negli ultimi anni.
Non ho una risposta. Ho solo la sensazione che stiamo vivendo un momento di frammentazione che rischia di disperdere energie preziose. Chi si occupa di migliorare un ambiente grafico adottato da una sola distribuzione? Chi contribuisce a qualcosa che per definizione non può beneficiare nessuno al di fuori di quell’ecosistema chiuso? Non ci vuole un genio per capire che la forza di Linux sta nell’essere un tessuto, non un arcipelago di isole che si guardano storto.
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Il fenomeno di cui nessuno parla
Si parla molto, in questo periodo, della migrazione da Windows 10 a Linux. L’end of life di ottobre 2025 ha generato fiumi di articoli, tutorial, guide per neofiti.
Pochissimi parlano del fenomeno parallelo e opposto: gli utenti Linux di lunga data che guardano quello che sta succedendo e si fanno domande serie e valutano se tornare o meno a Windows, Non per nostalgia, non per ideologia — per capire dove sta andando l’ecosistema che hanno scelto e che amano. e se davvero vale la pena di impegnarci cosi tanto tempo ( passione e fatica).
“Chi con il computer ci lavora davvero — chi eroga assistenza, chi deve rispondere in cinque minuti, chi non ha il lusso di passare un pomeriggio a capire perché due pacchetti non si parlano — non può permettersi di cucire i buchi che lasciano i grandi quando litigano su chi ha ragione. Il tempo che si perde dietro alle frammentazioni è tempo sottratto a chi di quel tempo ha bisogno. E prima o poi, quella gente smette di aspettare e va altrove.”
Quel racconto è più interessante, perché non viene da chi Linux non lo capisce. Viene da chi lo capisce fin troppo bene.
Io uso Ubuntu 24.04. L’ho scelta per la stabilità, per il supporto LTS, per X11 che per certe applicazioni lavorative è ancora fondamentale nonostante tutto quello che si dice su Wayland. L’ho ripulita da snap, ho configurato i repository corretti, gira benissimo.
Windows rimarrà il porto che mi ha accompagnato per anni, e non lo rinnego. Ma quello che vorrei — quello che spero — è che Linux smettesse di suonare nelle orecchie della gente come una guerra celoduristica tra sviluppatori con opinioni forti e ego più forti ancora. Vorrei che avesse la forza che ha sempre avuto, ma con la maturità di un progetto condiviso: tanti ingegneri, tanti contributor, che migliorano qualcosa di comune non per profitto ma perché credono che esista una vera alternativa. Non un arcipelago di isole orgogliose, ma un continente. Qualcosa che chiunque possa usare, a cui chiunque possa contribuire, e che non tradisca il nome che qualcuno, vent’anni fa, ebbe il coraggio di scegliere.
